Tutti abbiamo paura di ciò che non conosciamo.
Chiedere aiuto è un atto di coraggio.
Il cancro è per eccellenza la malattia dell’incognita.
Si può vivere tanto o poco ma come fare a liberare la mente dalla paura?
Questa può diventare la nemica da combattere o l’ospite indesiderato da accogliere per poi allontanare. Considerando che tutto ciò a cui si resiste persiste, è utile imparare a riconoscere la paura, ad affrontarla, lasciarla entrare e uscire.
Questo rappresenta una sorta di vaccino psicologico che non distrugge ma che immunizza.
Abbiamo visto che per gestire la paura dell’incognita è indispensabile esorcizzare la paura della grande incognita: la morte. Nella buona e nella cattiva sorte le persone capaci di esternare le emozioni che questo “fantasma” provoca, riescono a non sciupare la vita anche se questa è attraversata da momenti difficili.
Per questa ragione l’esperienza di lavoro fatta in tutti questi anni con chi, a causa del cancro, soffre direttamente e indirettamente, ci ha condotti a sviluppare un sostegno psicologico individuale e di gruppo sulla base dell’argomento che tutti vorremmo evitare di pensare ma che in realtà tutti dobbiamo prima o poi affrontare realmente.
Conviene quindi diventare mentalmente padroni di questa comune realtà per vivere al meglio ogni attimo della nostra esistenza.
La vita di ognuno di noi è costellata da differenti circostanze ma noi possiamo identificarci o distaccarci da ciò che accade e quindi soffrire più o meno di fronte allo stesso evento. Le persone che riescono a dire sì a ciò che succede (accettazione e non rassegnazione o negazione) vivono nel presente, impegnano le energie nel qui e ora e sono più distaccate dalla sofferenza causata dai se e dai ma. In questo modo trovano armonia con se stesse e con l’evento, riscoprono le proprie forze e sviluppano autenticità e coraggio. Il tabù della morte provoca ad ognuno la propria interpretazione ma nessuno possiede la verità assoluta.
Noi lavoriamo perché, al di là della malattia e del tempo riservato ad ognuno, “la paura di non esserci più” non bruci l’energia per vivere pienamente fino in fondo la vita. La nostra mente ha il potere di rigenerare l’energia e di mandare impulsi costruttivi all’organismo; questo può quindi ricevere un beneficio attraverso i nostri pensieri e le nostre emozioni. E comunque, nella buona e nella cattiva sorte, pensando a quello che ci potrà accadere, attraverso la mente possiamo collocarci nella luce o nel buio. Questo perché dove sta la nostra mente noi passiamo il nostro tempo. Se riusciamo a lasciarci attraversare dalla paura, forse riusciremo a oltrepassare il buio e intravedere una luce che si chiama speranza.
“...sognavo che la morte mi afferrava per un braccio, con una forza incredibile. Io non volevo andare con lei ma sentivo che se mi fossi opposta con la stessa forza lei avrebbe vinto. Allora ho iniziato a parlarle, per convincerla che non volevo morire, che non volevo andare con lei neanche per un minuto. Mi sono svegliata con la sensazione che a un certo punto fosse stata lei a lasciarmi...”.
(Anna - Milano)
“...il cuore del lavoro è stato, per me, quello di trovare il coraggio di guardare in faccia la paura di morire e io sapevo che senza quel passo non avrei potuto fare nulla per me stessa”.
(Annamaria - Padova)
“...per la prima volta dalla malattia potevo parlare di me, della mia vita e soprattutto potevo guardare la malattia e la morte in faccia. Se provi a dire a qualcuno intorno a te che hai paura di morire perché hai avuto il cancro è facile che scappi, travolto dalla sua stessa paura della morte. Mentre nel gruppo non è stato così. I fantasmi legati all’idea della morte e della malattia si potevano affrontare ma accompagnati, presi per mano con serenità, solidità, speranza e fiducia di non essere soli. Ho trovato ascolto, solidarietà e mai pietà: mi sono confrontata con donne la cui situazione fisica era anche molto compromessa e dalle quali ho imparato moltissimo. Ho potuto sperimentare come il pensiero della malattia e della morte possono lasciare il posto alla serenità, al desiderio di vivere intensamente e di essere se stessi fino in fondo e indipendentemente dalla situazione fisica. Il miglioramento della relazione con se stesse e con gli altri è stato infatti uno dei temi centrali del gruppo e ha reso più facile l’elaborazione delle angosce di malattia e di morte. Ha rappresentato per me la base non solo di una crescita personale ma anche professionale”.
(Raffaella - Torino)
“...affrontare comunque le mie paure anche quelle relative alla malattia, mi ha cambiato anche nel modo di rapportarmi con chi curo. È cambiato in meglio, nel senso che attraverso questa esperienza e la consapevolezza che tutti noi siamo mortali, ho capito che la cosa più importante è riempire di valenze positive la quotidianità”.
(Maria Grazia - Monza)
“...come se avessi così tanta paura di morire, da illudermi di poterla combattere negandola... Ho imparato il modo di accettare la malattia, come convivere con l’idea della morte guardandomi dentro senza rinunciare a vivere la vita. Ora do ascolto ai miei bisogni e non alla paura di una malattia da combattere: ho capito che il cancro non si combatte ma si ascolta”.
(Enrica – Bergamo)
“...la mia vita era dominata dalla paura: paura di riammalarmi, paura di morire, paura di vivere. Era come se avessi sempre un’ombra accanto che mi impediva di pensare ad altro. Qui ho trovato comprensione e speranza. Per me è stato fondamentale portare a galla le emozioni... Sentivo che negare, far finta che non sia successo nulla non è possibile. Tutto affiora nei momenti più impensati, ti prende con una intensità difficile da controllare e il risultato è un’angoscia fortissima. Affrontare tutte le emozioni e le paure con un gruppo di persone che parlano lo stesso linguaggio, che vivono le stesse esperienze, mi ha fatto sentire alleggerita... A poco a poco mi sono liberata dalla paura che fino a quel momento sentivo onnipotente perché non riuscivo né a gestire né a incanalare. Parlare e affrontarla nel gruppo mi ha dato la capacità di controllarla non scacciandola ma senza darle il potere che aveva prima. Ora mi dico che è normale che ci sia, anzi sarebbe strano il contrario! So che le cose che accadranno non sono in mio potere, so che potrei riammalarmi e anche morire ma quel lato “chiaro” che ora vedo mi fa dire che potrei vivere ancora a lungo, con la stessa probabilità. Do alla paura il permesso di venire ma non le do più il permesso di dominarmi. È stato molto importante che nel gruppo non si parlasse solo di cancro, perché questa esperienza ti costringe in qualche modo, a guardarti dentro. Così, insieme alla voglia di dar voce alle parti di te che, per mille motivi, avevi seppellito, vengono a galla le cose che non funzionano e che ora proprio alla luce di quanto accaduto, non puoi più ignorare. Il cancro ti dà il “patentino” per vivere, ti dice: guarda che stavi per morire, cos’hai intenzione di fare? Come se ti dicesse che non hai tempo da buttare correndo dietro a cose che non cambieranno mai ma che puoi organizzarle per vivere diversamente e così, forse, vivere anche di più...”.
(Fiammetta – Savona)
“...lunghi pomeriggi, interminabili serate davanti allo schermo, senza sentire una parola, incapace di seguire un film, impossibilitata a leggere a causa di una lunga congiuntivite causata dai farmaci, momenti in cui mi rendevo conto di essere da sola nonostante la costante vicinanza dei parenti e delle amiche. Sola perché nessuno parlava il mio linguaggio. Sola perché fortunatamente nessuno aveva mai vissuto la malattia che stavo affrontando. E fu in quel periodo che cominciò a germogliare la voglia di condividere con altre donne l’esperienza, la sofferenza, il disagio, un linguaggio comune, la gioia di certi risultati. Chiedevo un giorno di ferie, di martedì, salivo sul treno: tre ore di viaggio e un panino per pranzo. Dalla Stazione Centrale di Milano raggiungevo via Livigno, poi, dopo un’ora e trenta piena di lavoro, emozioni, confidenze, sorrisi e lacrime, uscivo felice da quella stanza così accogliente, dove non mancava mai un fiore sul tavolino e, di corsa, percorrevo il tragitto al contrario per non perdere la coincidenza per tornare a casa e preparare la cena. Sedici incontri, sedici spostamenti per imparare a vivere meglio”.
(Nadia - Aosta)
“...volevo trovare uno spazio per poter piangere, ma non per piangermi addosso! ... Dopo il primo incontro con voi ho sentito che la cosa era molto guidata, molto contenuta e ho cominciato ad aprirmi con fiducia. Ho apprezzato subito il beneficio che deriva dal poter parlare in gruppo di cose molto difficili come la morte, della non voglia di morire che c’era in comune e della voglia di lottare; ma soprattutto ho sentito che c’era un percorso, che non era un parlare fine a se stesso ma che c’era un senso perché potessimo vedere davanti a noi una strada e non uno stop. Era come una garanzia di una nuova vita, che non sai quanto durerà, ma in ogni caso nuova. Mi avete aiutato molto, anche se non sempre siete state “fatine gentili”. Mi sono sentita portata con vigore verso questa cosa, sentivo un forte quasi imperioso stimolo ad entrare in contatto con questa risorsa del godere e del godere l’attimo... senza giudizio: male, bene, buono, cattivo, sarebbe stato meglio se... Nulla di tutto questo, ma solo la presa di coscienza. Ora quando vengono a galla i dolori, i rimpianti, le parti buie insomma, non le mando via, le accetto e questo mi dà un senso più profondo della vita, un valore maggiore. Togliere a tutti i costi i dolori della vita, negarli, ne toglie anche la sostanza. Le ferite, in fondo, sono il concime della vita, la rendono più corposa, più ricca. Se le neghiamo, neghiamo anche una parte di noi stessi... Non mi fa più così paura l’idea della morte... Ogni storia, ogni esperienza che parla della morte dice la stessa cosa: che chi ha avuto una vita piena e intensa muore meglio. Io dico che senz’altro vive meglio”.
(Marina - Milano)
“...il cancro non è solo “il male”, può darti la possibilità di vivere una seconda vita, più essenziale, più vera perché c’è la percezione che il tuo tempo può essere breve e allora si può e si deve fare solo ciò che conta veramente”.
(Leda - Lugano)
“...ero un po’ perplessa perché credevo che fosse un ghetto... invece già dalla prima telefonata, ho avuto la sensazione che non fosse così. Varcata poi la soglia tutte le paure, le mie perplessità svanirono: i sorrisi, la gioia, la grande sincerità che si respira e la naturalezza degli approcci, sono un arricchimento difficile da spiegare se non lo si prova... Qui si parla di tutto, si fanno progetti, si lavora, si va in vacanza, ci si consiglia, qui si dicono anche cose che nessun confessore ha mai sentito. Quando entri qui sei piccola e spaurita, quando esci sei più grande e sicuramente più forte. Ho constatato, dopo questa mia esperienza, che spesso purtroppo si vive protesi nel futuro pensando a quello che faremo, ma così senza vivere il presente, unica certezza che tutti possediamo con o senza cancro”.
(Antonia - Lecco)
“...ricordo solo una grande paura di morire: avevo due bambini piccoli e l’idea di lasciarli senza sapere chi si sarebbe occupato di loro mi faceva impazzire. Mi sono iscritta ai gruppi di sostegno psicologico e da lì ho iniziato a intravedere uno spiraglio nella mia disperazione. Ricordo, ricordo la mia paura, ricordo anche le mie compagne, avevo paura anche di loro, avevo paura di sentire le loro storie, avevo paura che qualcuna potesse morire e di soffrirne... intanto sentivo mano a mano svanire la paura di morire: mi rendevo conto che non occupava più così tanto spazio nella mia testa. Prima vedevo tutto nero, immaginavo la mia morte, il mio funerale. Poi mi sono accorta che la vita stava prendendo il sopravvento e sono rimasta finalmente incinta. Ho dovuto stare a riposo ma non mi pesava, ero sicura che sarebbe stata una femmina. Ho iniziato a fare progetti, mi sentivo felice. Prima quando sentivo parlare di tumore ne ero sconvolta, adesso l’accettazione mi fa sentire più viva... Guardo i miei figli, la mia bambina... Faccio un mucchio di progetti che prima non facevo. Ci sarò, ci sarò ancora per molto”.
(Giovanna - Milano)
“...il cancro da una parte ti fa venire in mente la possibilità di morire ma dall’altra ti può fare apprezzare maggiormente la vita. È paradossale, vero? Ma proprio perché è così ti fa capire di non attaccarti alle false cose: è bellissimo anche un giorno in più... Un’amica mi ha chiesto com’è stata la mia esperienza. Le ho risposto che più che davanti alla morte il cancro ti mette davanti alla vita... Adesso voglio vivere nella semplicità, nella quotidianità, godere delle cose piccole!”.
(Margherita - Roma)
“...avevo paura della vita, poi è arrivato il cancro e non più in fase iniziale. Allenando la mente ad accettare l’idea di poter morire, mi sono liberata dalla paura di vivere. Sono trascorsi più di quarant’anni da quando ho trovato “un’amica dentro” che mi ha permesso di dare ad ogni giorno un significato nuovo. Ho così imparato a dar vita al tempo e non solo a chiedere tempo alla vita”.
(Ada - Milano)