trauma

Il trauma il tempo e la vita

Qualsiasi evento traumatico fa cambiare rotta al significato della vita e induce l’individuo a fare i conti con se stesso.
Malattie gravi, incidenti, lutti improvvisi precludono progetti futuri. Non è facile rientrare nella vita quando la senti cambiata e ti senti diverso. Ti chiedi se lasciarti sopraffare dalla nuova condizione o reagire.
Se non l’accetti e combatti contro di essa, resti vittima del rifiuto, disperdi energia e sciupi il tempo con la mente che va contro corrente. In questo modo diventi quello che pensi: stai nel dramma e non trovi via d’uscita.
Ci vuole volontà e coraggio per mobilitare l’energia e farla scorrere positivamente. Ci vuole soprattutto la consapevolezza di voler cambiare atteggiamento di fronte alle circostanze che non possiamo cambiare.
In questo modo, ci si allinea con la realtà. Senza più combatterla, si incomincia a entrare in essa, a impadronirsi di quegli spazi di tempo e di modo per noi nuovi ma che ci permettono di fronteggiare la paura e la sofferenza con maggiore energia vitale.
La rassegnazione si trasforma allora in padronanza, pur di fronte alla stessa condizione.
In oltre 40 anni, dopo aver vissuto l’esperienza del cancro e grazie alle decine di migliaia di persone che ho incontrato lavorando ad Attivecomeprima, ho imparato a riconoscere la differenza della qualità del vivere tra chi rifiuta e chi accetta il proprio cambiamento esistenziale.
Ho visto che chi rifiuta trascorre la vita dentro la malattia, mentre chi accetta la propria realtà riesce a stare nella vita al di là della malattia.
Il tempo ci è dato per diventare capaci di prendere in mano la nostra vita: solo noi possiamo deciderne il modo, al di là delle circostanze esterne.
So che non è facile entrare in questo percorso verso noi stessi; lo so perché, dopo averlo vissuto e visto vivere, ho compreso che ognuno di noi è caratterizzato da tanti elementi che rendono più o meno possibile questo cammino.
La mia strada, se pur faticosa, mi ha permesso di comprendere che il tempo non è nelle nostre mani, ma il modo di vivere sì.
Avevo 36 anni, un figlio di 12 e un marito con tanta fretta di vivere quando, mutilata nel corpo e nello spirito a causa del cancro, non sapevo come trovare la forza per vivere. Era per me più facile lasciarmi andare. La prognosi grave aveva portato a galla la paura di soffrire e di morire e mi impediva di staccare la mente dalla provvisorietà del domani. Venivano anche a galla i rimorsi, i rimpianti e i desideri inesauditi. Mi sentivo sola, pur in mezzo a tante persone che mi volevano bene; ero diversa da loro perché nel mio intimo sentivo che non parlavamo più lo stesso linguaggio, che non potevamo più fare progetti insieme.
Per un intero anno piansi su me stessa: l’incognita del futuro non mi permetteva più di assaporare il presente e martellava la mia mente impedendomi di nascondere l’angoscia. Stavo toccando il fondo della disperazione quando mi resi conto che dove stava la mia mente, passavo il mio tempo e che prendeva il sopravvento la sensazione della finitezza.
Se è vero che il malessere fisico influenza la mente, sentivo che la mia mente dava impulsi negativi al mio corpo che, peraltro, reggeva ancora bene. Sentivo anche che, in questo modo, stavo vivendo come se fossi già morta, proprio io che avevo sempre sperato di arrivare al momento della morte sentendomi viva.
Mi rendevo conto che solo io potevo smettere di farmi schiavizzare dalla mia realtà. Per questo decisi, un giorno, di fare il funerale ai miei pensieri negativi.
Tanto o poco fosse stato per me il tempo di vita, cominciai a trasformare il mio dramma in un’opportunità di crescita interiore.
Ho potuto farlo quando ho smesso di guardare indietro nel passato e di guardare troppo avanti nel futuro, imparando così a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo tratto della mia vita e, nello stesso tempo, come se fosse il primo di una nuova vita che iniziava.
È stata proprio l’accettazione dell’idea di poter presto morire a muovere la mia volontà e a permettermi di dare un nuovo significato alla mia esistenza.
Questa metamorfosi, che dura da 44 anni, è stata la mia scuola di vita.
A chi mi chiede se sono guarita dal cancro io rispondo che non lo so, ma che sicuramente sono guarita dall’altra malattia che il cancro porta con sé: la paura che mi impediva di vivere.
La mia storia parla di cancro ma ho conosciuto tante altre storie, tutte diverse tra loro ma con un unico denominatore: quando sai di non aver più niente da perdere perché un evento traumatico ti ha portato via tutte le tue sicurezze, non puoi fare altro che tirare le somme della tua vita, fare i conti con te stesso e incamminarti sulla tua nuova strada, qualunque essa sia, in compagnia di quel te stesso, per poi stupirti di quello che sei diventato e di ciò che non sapevi di poter essere.

Ada Burrone